Il ruolo dominante assunto dal contratto collettivo nazionale di lavoro ha danneggiato il Sud, contribuendo a mantenere alta la disoccupazione e incentivando la diffusione del lavoro nero (non a caso in 5 regioni del Meridione si spende più dei guadagni dichiarati al fisco).
“Se noi – conferma l’economista Carlo Lottieri – fissiamo dei prezzi, ovvero delle tariffe, imposti in questo caso con i contratti di lavoro nazionali, quello che può succedere, e infatti succede, è che in certi casi il prezzo risulti troppo alto, provocando una contrazione della domanda. E parlando di lavoro ciò si traduce per esempio nel 40% di disoccupazione giovanile in Calabria e nell’inevitabile corollario del lavoro nero…”
L’idea di ancorare le dinamiche salariali alle specificità aziendali e territoriali, se correttamente tradotta, per il Mezzogiorno non rappresenta una misura punitiva, bensì la rimozione di un ostacolo che ne ha finora minato la competitività.
Il problema del Sud è la scarsa redditività degli investimenti. L’introduzione di salari meno legati al contratto collettivo nazionale (e quindi più vicini alle concrete dinamiche produttive locali), in aggiunta alla fiscalità di vantaggio prevista dal Federalismo fiscale, renderà l’area imprenditorialmente più attraente.
“Nel Meridione – ipotizza il ministro per la Semplificazione normativa Roberto Calderoli, che della riforma del Federalismo fiscale si sta occupando in prima persona – potremmo ad esempio togliere per 5 anni l’Ires (Imposta sul reddito delle società) alle aziende che aprono e creano nuova occupazione. Nel Settentrione interverrei invece sulle imposte dirette, definendo l’area di esenzione in base al costo della vita. Dove questo è maggiore, anche l’area cosiddetta no tax dovrebbe essere più ampia”.


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